Registe (a Torino): Enrica Viola

Nuova puntata di Registe (a Torino): ospite Enrica Viola.

Quando inizia il tuo legame con il mondo del cinema?

All’Università sono stata una studentessa di cinema con Rondolino, da “lavoratrice” il primo set che ho visto dal vivo è stato quello de “La seconda volta” di Calopresti, con Nanni Moretti (ero una comparsa!). A quei tempi la grande opportunità per chi voleva fare cinema documentario era la scuola di Daniele Segre, che ho frequentato insieme a Rossella Schillaci: Segre aveva cominciato in Rai a Torino nelle trasmissioni regionali, in molti della sua generazione avevano iniziato così, quando c’erano dei budget a disposizione! Veniva gente da tutta Italia per partecipare a quella scuola.
Conobbi Alberto Signetto, che vide il mio documentario di esordio e mi segnalò in Rai. Il mio lavoro iniziale furono una cinquantina di filmati sugli ecomusei del Piemonte: una grandissima scuola per me. Erano anni floridi a Raisat, per molto tempo in tanti abbiamo potuto imparare, creare, proporre in libertà: tutto è poi finito con le Olimpiadi della Cultura, ma già negli ultimi tempi le cose erano peggiorate…

Parliamo del tuo esordio, “Se la vita è meglio, butti via la telecamera”, selezionato al Torino Film Festival nel 1998 (e oggi disponibile su Streeen). 

È dedicato a Marcello Piccardo, regista sperimentale che ho avuto la fortuna di conoscere alla scuola di Segre e a cui dedicai anche la mia tesi di laurea (incentrata, in particolare, sui suoi lavori con Bruno Munari).
Attraverso un flusso di ricordi, Piccardo nel documentario ripercorre le esperienze della sua vita, nel campo della televisione, del cinema di ricerca e del cinema fatto dai bambini nelle scuole elementari.
Oltre al TFF, quel lavoro venne proiettato anche al festival Filmmaker di Milano, che propose anche una selezione dei suoi film e che valorizzò davvero molto il mio progetto.
Sono molto legata al mio film d’esordio, sono riuscita a mettere insieme i miei studi e il cinema, è stato un sogno che si è realizzato. Piccardo ancora oggi è per me figura di riferimento, i suoi metodi di insegnamento del cinema nelle scuole sono tuttora studiati e penso possano avere molta efficacia anche oggi.

Dopo gli anni proficui in Rai hai creato Una Film, la tua casa di produzione. 

Dopo aver girato nel 2006 “Sul circo contemporaneo”, con Una Film ho girato due lungometraggi documentari, “Mi pogolotti querido” e “Borsalino City”. Il primo racconta la storia di una migrazione di successo, quella di Dino Pogolotti, cittadino di Giaveno che lascia la propria terra alla fine dell’Ottocento per giungere a Cuba, via New York. Nell’isola caraibica Pogolotti si trasformerà in imprenditore edile facendo costruire nel 1911 quello che ancora oggi è noto come “Barrio Pogolotti”.
“Borsalino City” (presto in distribuzione online, NdI), invece, è la storia del cappello Borsalino, diventato un’icona grazie al cinema. Un mito nato in una città della provincia italiana, fondato da Giuseppe Borsalino e portato avanti per 125 anni dalla sua famiglia.
Rileggendo la mia filmografia, noto che mi piace rivelare storie inedite, con un respiro lungo, che durano negli anni. Ho raccontato saghe familiari di 100 anni e più, facendo grandi recuperi d’archivio e provando a costruire un racconto che non fosse didascalico ma che fosse “mio”.
Collaboro con un gruppo di lavoro con cui sono affiatata, e questo è fondamentale per me anche perché ho tempi elefantiaci nelle fasi di sviluppo dei miei progetti!

Ora su cosa stai lavorando? Come è stato per te vivere questa quarantena?

Sono in pre-produzione con il mio nuovo lavoro da regista, “Le meravigliose acrobazie di Carlo Mollino“. Mollino era un personaggio molto poco catalogabile, sono impegnata nella fase di ricerca da tempo. A settembre spero riusciremo a partire con la campagna di crowdfunding, le riprese sono da fare in zona e questo aiuterà ad accelerare, spero che sia pronto per metà 2021.
Da produttrice ho anche un altro progetto, il nuovo documentario di Sandro Bozzolo dedicato al “riabitare” i borghi e le zone di montagna, una storia personale ma con respiro universale.
In quarantena ammetto di essere andata un po’ in letargo… Pensavo di avere molto più tempo a disposizione, ma la vita familiare è stata più impegnativa del previsto. Sono convinta che a fine lockdown ci scopriremo immersi più in profondità su alcune cose, saremo meno dispersivi, riusciremo a essere più selettivi su ciò che conta davvero.

Per informazioni sui film: Una Film