Mohammad Rasoulof: “Felice di incontrare il pubblico qui a Torino”

Una settimana con il cinema di Mohammad Rasoulof, regista iraniano vincitore a Berlino con Il male non esiste e premiato a Cannes con l’ultimo, eccezionale film Il seme del fico sacro: dopo un lungo periodo di detenzione e restrizione della sua liberà, nei mesi scorsi è riuscito a lasciare clandestinamente il suo Paese ed è a Torino fino a sabato per presentare la retrospettiva su di lui organizzata al cinema Massimo dal Museo nazionale del cinema. Anche se non lo sapeva («Che bella notizia, lo scopro solo adesso!», ha confessato), nel 2009 aveva vinto il premio FIPRESI al Torino Film Festival con The White Meadows.

«Sono felice di questa retrospettiva, da sempre incontare il pubblico per me è bellissimo, imparo sempre qualcosa dalle domande e dai commenti degli spettatori, mi ispirano tantissimo. Poi alcuni miei film non li vedo da anni, ho fatto un percorso lunghissimo e guardo ora da dove sono partito, dove sono arrivato, in questi venticinque anni nel cinema. Pensate che Il male non esiste l’ho visto per la prima volta su grande schermo solo l’anno scorso, cinque anni dopo averlo finito: avevo la pelle d’oca!».

Nato a Shiraz nel 1972, Rasoulof ha esordito alla regia nel 2002 col film Gagoman, seguito da L’isola di ferro. Regista e sceneggiatore, racconta storie di uomini e donne che si confrontano con un sistema autoritario, sfidando le convenzioni e le restrizioni imposte dal potere.

Incarcerato a lungo, impossibilitato a girare («Il seme del fico sacro l’ho girato con il costante rischio di essere arrestato, che finissero così le riprese: ho diretto da remoto, ero in contatto online con i miei assistenti e davo così le indicazioni: questo mi ha anche permesso di essere libero di esprimermi, non pensavo di finirlo e di dover dare spiegazioni delle mie idee!»), il regista iraniano è profondamente collegato ai movimenti di protesta nel suo paese e ai suoi colleghi attivi sul fronte sociale: «Con Jafar Panahi eravamo amici già prima, ma poi abbiamo vissuto per mesi nella stessa cella: la prigione sa unire moltissimo le persone».

Proprio in carcere nasce l’idea dell’ultimo film. «Un funzionario che ho incontrato mi ha fatto discorsi che mi hanno toccato profondamente: mi ha detto che odiava se stesso, che era in continuo conflitto con quello che faceva, che aveva pensato al suicidio e aveva una continua lotta in casa coi figli, che gli chiedevano perché lavorava per il regime. La prima scintilla è scattata lì».

La narrazione del film è alternata a veri filmati ripresi con gli smartphone e diffusi sui social media, una scelta forte che aggiunge potenza alle immagini: «Realizzare quelle scene senza permesso era impossibile, ma ho pensato anche che fosse bello usare le immagini dei social, per sottolineare la loro influenza nella vita dei giovani. Ma anche se avessi potuto girarle io, lo so, non avrebbero mai avuto quella stessa potenza».

Non pensa a fare cinema fuori dall’Iran («Spero e credo che avverranno presto importanti novità nel mio Paese e che io possa tornare: negli ultimi mesi sono cambiate moltissime cose»), ma non si ferma di sicuro. «Oltre ad avere diversi progetti cinematografici in preparazione, a fine mese inizierò a Berlino uno spettacolo teatrale con le stesse attrici protagoniste de Il seme del fico sacro. Anche loro sono scappate dall’Iran, tutte le persone che vi hanno lavorato sono in attesa di una sentenza: le accuse sono di istigazione alla prostituzione, perché mostriamo donne senza velo, e di propaganda contro il regime».

Qualche mese fa, poco prima del festival di Cannes del 2024, Rasoulof è riuscito a lasciare clandestinamente l’Iran. «A lungo mi sono chiesto se era meglio andare in prigione dimostrando la mia resistenza o andarmen, ho fatto di tutto per rimanere: quando ho capito che mi avrebbero di nuovo arrestato e fatto passare molto tempo in prigione, non ho avuto scelta. Lasciare l’Iran per me innanzitutto significa resistere e oppormi alla censura, spero che la situazione cambi presto, la speranza c’è: il movimento Donna Vita Libertà, le donne in piazza e i tanti giovani che gridano con coraggio il loro dissenso mi fanno essere fiducioso. Hanno creato una crepa, le cose possono cambiare».